Di Ugo Persona colpisce la magrezza che si riverbera nella sua poesia asciutta. Così magro che può appendersi alla sua sigaretta dalla quale aspira/inspira l’ispirazione; così lieve e discreto che lascia riluttante traccia sul letto in cui riposa. Un corpo troppo fragile per il cuore che batte forte, come a un usignuolo, come a Leopardi, come a Edith Piaf. Di Ugo Poeta colpisce il peso dei pensieri che non si capisce come non arrivino a scardinare la sua persona. Colpisce il peso delle parole: parole a doppio ingresso e molteplici uscite, ricche di remoti passaggi segreti, di trabocchetti linguistici, iterazioni, ossimori, ossessioni. Urla, ma con discezione, solo negli epigrammi, nelle invettive contro il Capitale. Ma, pure, si contenta del verso dell’assiuolo, il chiù. Avevo scritto alcuni versi per lui, ma non vorrei che suonassero come “la scrittura idiota messa lì da qualcuno non si sa perché”. Preferisco leggere versi suoi sulla Poesia, “istrice che lancia aculei”, e sull’Amore.
Da Frammenti di un poema finale: Poetica Corrispondenze Poetica II Visita II Salenitana III
“Sublime spirito, tu mi hai dato, mi hai dato tutto, che io ti pregai. Non invano tu il tuo volto nel fuoco a me hai volto. Hai dato a me la splendida Natura per regno, forza per sentirla, per goderla. Non solo il freddo stupore di una visita mi concedi, mi permetti di scrutare nel suo profondo petto come nel petto di un amico” (GOETHE, Faust).
Il suo non è stato mai un sapere rassicurante. Il suo è stato un continuo vigilare e nello stesso tempo un allontanare da sé ogni seduzione intellettuale, ogni canto ammaliatore. Dentro la sua voce si ascoltava la dannazione e la redenzione. Ha donato la poesia a coloro i quali non l’hanno mai cercata. Donata a tutti, diversa per ciascuno nel suo perenne domandarsi, rivolta al nostro interrogarci. Negli ultimi tempi, la sua scrittura, era diventata ancora più urgente, come sottoposta ad un bisogno pressante. Quando l’urgenza preme l’estetica si spreme. Non era un nichilista ma il significante del linguaggio della sua scrittura traspone l’annichilimento dell’essere umano straniato dal deserto del reale. Così,Ugo Lanzalone, arriva ad esplorare l’inferno dell’esistente e la sua estetica smentisce quel culmine dell’immediatezza del sentire che fa recepire e metabolizzare facilmente, tutto ciò che tradisce la potenza della mente. “La mia poesia è infetta, ma può dare il vaccino che protegga dai facili comodissimi pensieri”, dice ancora Ugo. La sua morte, così difficile da digerire, è ancor più dura a doverla sopportare, non solo per l’uomo che era ma per quello che ci ha lasciato dentro. Mi mancherà il suo LOGOS che lacera. La mai urlata rivolta perenne delle sue sconvenienti verità. Il suo pensiero - necessità irrinunciabile fra filosofia e poesia - incarna come se avesse voluto vivere ai margini della conoscenza a volte, del suo sapere, del suo essere stato fine intellettuale, critico e comunista, “quand’anche la materia del suo dire fosse stata un canto”. E comunque mai un canto solo. Un mondo della poesia aperto, dove tutto può essere possibile, deve essere possibile, come il modificarne i confini, e il suo contributo è stato tale che i confini finiscono per non esserci più. Indulgere Genio, diceva il Suo dio intimissimo e personale e Lui a Genius ha risposto con la Sua esigenza che è diventata anche la nostra. Questo ci lascia il nostro caro Ugo. E Giuseppe Spinillo, che aveva cooperato insieme a Lui, sarà testimone del Suo accondiscendere e concedere al mondo aperto della poesia; accondiscendente e concessivo come Lui, aperto al senso più ampio delle possibilità: e qui l’esigenza di Giuseppe coincide anche con quella che era la Sua esigenza. Ugo ha mescolato, con rara umiltà – col distinto inappuntabile rigore della “sua” poesia – lo spettatore con la poesia e l’autore. All’interno dello spettatore ha fatto dimorare contenuti della poesia misconosciuti, che lo spettatore ha fatto propri, grazie anche al suo essere stato poeta-autore-spettatore. Ugo è stato uno di quelli che ha fatto scavalcare i muri insormontabili che la poesia spesso pone allo spettatore. Qualcuno ha scoperto la rivelazione di sé, portando alla luce ciò che la propria vertigine in precedenza gli aveva taciuto. Non sarò certo io a guardare quelle “vele verso terre non ancora scoperte”, dice Nietzsche, e la poesia di Ugo è proprio verso quelle terre che ambisce e approda, dal mio punto di vista. La luce di Ugo cerca di raggiungerci e ci riesce, è il poeta contemporaneo che tiene fisso lo sguardo negli occhi di questo nostro secolo, non facendosi mai accecare, scorgendone luci, ombre e oscurità. “Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo”, dice G. Agamben. Ed Ugo, poeta contemporaneo, questo fascio di tenebra lo riceve, lo trasla e con la sua poesia ce lo trasmette. Come ci trasmette anche, in Frammenti di un poema finale, il testamento della sua poesia e della sua poetica premonitoria, hoelderliniana, consapevolezza che la fatalità della morte, sempre in agguato, gli impone il presentimento che da lì a poco non lo risparmierà. Avrei voluto trovare altre parole, che non la probabile trasfigurazione espressa in queste poche righe, per riuscire a dire del suo LOGOS e dell’efficacia a-stilistica della sua poesia, che ho sempre amato e apprezzato anche per il suo carattere lapidario. Che ritrovo in Poetica, epigramma della sua volontà di potenza, che dis-piega cos’è la sua poesia, com’è, cosa suscita, quello che lascia dentro. Poetica, è il primo testo di Frammenti di un poema finale, che ora vi leggo.
Poetica
La mia poesia non è adatta allo svago, sì forse alla festa, non dà requie, è dura istrice che lancia aculei, si inarca nell’attacco e fa male. Ma poi improvvise curve possono ristorare femminili l’affannato viandante che l’attraversa. La mia poesia è infetta, ma può dare il vaccino che protegga dai facili comodissimi pensieri. Ci puoi anche giocare. La ferita resta.
Grazie a tutti per esserci stati per aver letto per aver ascoltato
ci saranno altri momenti e questo blog servirà per tenerci aggiornati per trovare spunti ed idee per ipotesi future
Grazie Ugo di tutto quanto Giuseppe Spinillo
domenica 10 maggio 2009
L’Associazione Culturale “Ingresso Gratuito” ed il Sito internet di scrittura www.descrivendo.com
presentano “Ad Ugo Lanzalone” Contro ogni pensiero unico http://contrognipensierounico.blogspot.com/ Sabato 16 Maggio 2009 alle ore 20,00 in Via Castelforte, 4 - Roma
La serata sarà interamente dedicata al poeta, amico e compagno Ugo Lanzalone ed alle sue poesie. Si leggeranno suoi componimenti, poesie direttamente ispirate dalla sua poetica od a lui dedicate, e vi saranno proiezioni video. Si potrà cenare assieme con un piatto di pasta ed un buon bicchiere di vino dalle ore 20.00. Contributi alla serata di Alida Castagna, Antonio Padula, Domenico Sacco, Francesca Farina, Eligio Lupo, Fabio Feliziani, Diego Ionta, Biagio Propato, Bruno Lanzalone, Silvana Matozza, Guido Bonacci, Simona Verrusio, Mario Pelosi, Desi e Patrizia Calogero, Mara Guidi, Giuseppe Spinillo, ed altri.
Decidesti la fine. Ci lasci parole, la mano che scrive ingenua agli agitati, furbeschi Congressi di Partito. Il silenzio. Dicevi che volevi capire, avevi sorrisi smarriti, luminosi anche, io ti parlavo. Dovevo ancora dirti, raccontarti, anche tu forse, ci saremmo incontrati, ancora, forse, un giorno fuori da questi muri di Partito e poesia, ti avrei offerto un caffè, birra, io il solito the, un'amicizia più forte, mi piaceva il tuo domandarti intelligente e vero.
Non so se sia tristezza che spinge in questi versi o altra cosa di umani per te che resti e noi che non andiamo - come sempre parla a se stesso chi vivo parla ai morti- non ti piaceva questo adattamento per questo ci incontrammo in queste stanze, ti stremava il lavoro, la fatica grande, pagata male, l'incerto futuro, l'andare e ritornare da città a città fino alla sera, ai tuoi ritorni trovavi stanze vuote di sorrisi o carezze, parole. Immagino domeniche svuotate che conosco. Altro ancora, forse ancora più forte ti frastornava che seppi in un telefono in un luglio che disfaceva te, ogni cosa. Ma non ti sei salvata e non ti sei perduta perchè non c'è salvezza nè perdizione solo lo strano stare di umani.
Noi qui contiunuiamo a viverci, si passa il tempo che resta, come sempre, a via Castelforte, Giuseppe sta dicendo del Chiapas dove è andato e venuto, conosci il suo va e vieni, di bradipi, poesia lo conosci è Giuseppe; e Umberto, Michelangelo, Pasquale, Franco, Eligio, Fabio, gli altri, insomma siamo ancora, esistiamo, resistiamo, esitiamo.
Ma non dirò che vivi nel ricordo per sempre in noi, che non sei mai morta. Sei morta invece e non vivi e anche noi un giorno. Ci precedesti soltanto. Non fu viltà, coraggio, false parole di istupiditi umani; fu altro, forza immane di organismo animale che governa classi, popoli, Chiapas, tzeltales, e comandanti, subcomandanti e me, te, il bradipo, poesia. Non fosti tu, non tu decidesti la fine -fu falso il verso dell'esordio- altra forza trascina al fare al dire al pensare. E sì, è tristezza che spinge in questi versi che ti piacevano e come sempre dicono di un'assenza. Dammi però l'inizio tu che decidesti la fine per quando anche io non sarò stato. Adesso voglio pensarti indocile fibra dell'universo come me vanamente ribelle chè la rebeldia non è che disadattamento per altro adattamento, non si sa se migliore e per quanto. E' l'ora del saluto. Non posso dirti addio, arrivederci, non posso dirti niente. Non sei mai stata.